«CARLOSTADIO – Che cosa hai letto?/ LUTERO – La Bibbia. È un libro strano, quello!/ C. – Ah! Che cosa contiene?/ – L. Tutto! […] C’è qualcosa di personale in quel libro, di personale per ogni persona. È un libro terribile e io vorrei non averlo visto mai! Mi immagino che non potrò più ridiventare felice». Per afferrare la paradossalità del dire del Lutero dello scrittore e drammaturgo svedese August Strindberg, L’Usignolo di Wittenberg, bisogna leggere la Bibbia con Lutero. Si scoprirà quella che Timothy John Wengert definisce «la debolezza della Scrittura [che] connota tutta la Bibbia»*.

Leggere la Bibbia con Lutero implica un muoversi su tre piani: quelli della autorità, del metodo e della interpretazione; un procedere lineare, compatto, che il maggior luterologo americano di origini tedesche illustra e sostanzia con una conoscenza degli scritti luterani acuta e profonda e che va a intrecciarsi organicamente con «divagazioni bibliche» e con «incursioni» da sermoni di colleghi correligionarie dalla realtà americana. Il lettore viene così invitato «magneticamente» a una lettura «critica» del principio riformato del sola Scriptura. Potrà scoprire, deluso, di aver corso dietro a luoghi comuni codificati rispetto alla comprensione propria di Lutero di quel principio; potrà scoprire un territorio in cui l’inerranza e l’infallibilità della Bibbia non ha diritto di cittadinanza. Al tempo stesso, però, gli è data anche una duplice possibilità: riflettere sull’etica di Lutero e di penetrare direttamente nel suo metodo esegetico con l’ausilio di due letture condotte in tempi diversi del passo-chiave di Galati 3, 6-14 (ultimi due capitoli).

Per Lutero, l’unico criterio con il quale si deve valutare l’autorità della Scrittura è l’apostolicità, la ragione che lo spinse a definire Giacomo «una lettera di paglia»: non è apostolica, perché «non promuove Cristo», per usare le sue stesse parole. «Questa chiave interpretativa della Scrittura, meglio compendiata nella formula solus Christus, è antitetica alla diffidenza che Lutero mostra nei confronti del principio del sola Scriptura». Per Lutero, il sola Scriptura «era di fatto un principio cristologico: si trattava solo di Scrittura perché solo questo libro promuoveva Cristo». Secondo lui, la Scrittura si autentica di per se stessa. «La Bibbia è la parola di Dio perché in Cristo fa esistere Dio per me, facendo morire l’uomo vecchio e nascere quello nuovo.» È il criterio dell’evangelo, dunque, a mettere in discussione la lettera di Giacomo e, con esso, «ogni forma di fondamentalismo biblico».

Il metodo di interpretazione della Scrittura di Lutero consiste nella netta distinzione fra legge ed evangelo: da un lato, la parola per l’uomo vecchio e, dall’altro, la parola per l’uomo nuovo; la Bibbia è parola di Dio segnatamente a ciò che essa opera su chi ascolta. «Dio con la sua parola non si limita a dare nome a cose; Dio agisce su di noi dando la morte e la vita – distruggendo tutti gli idoli con cui puntelliamo la nostra vita e facendo di noi creature nuove». Siamo, così, sul piano di due verità: sull’uomo (legge) e su Dio in Cristo (evangelo).

La chiave interpretativa della Scrittura è la teologia della croce, «la rivelazione di Dio sotto l’apparenza del contrario». «In Cristo crocifisso – scrive Lutero – è la vera teologia e la conoscenza di Dio». Con tale scoperta e teologica ed esistenziale del Riformatore si è nel cuore stesso della Scrittura. «Noi adoriamo un Dio insensato e debole rivelato in un libro insensato e debole». Ma «questo è ciò che ciascuno ha: la debolezza di Dio in Cristo è la forza del credente».

* Thimoty J. Wengert, Leggere la Bibbia con Lutero. Brescia, Paideia, 2016, pp. 186, euro 20,00.

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