Scatti che si sovrappongono a formare immagini strette e lunghe, e al centro un elemento solitario che rende ancora più evidente la vastità e la desolazione del panorama circostante.

Il panorama è quello dei campi di Auschwitz e Birkenau dove il fotografo Alessandro Lercara e la giornalista Barbara Odetto hanno compiuto un viaggio nel passato. Un'esperienza che doveva essere prima individuale per poter diventare poi un progetto comune.

«Gli scatti nascono da un viaggio fatto nel 2011 insieme all'associazione Terra del Fuoco: siamo partiti il 19 gennaio e siamo rimasti la 5 giorni – racconta Alessandro Lercara – Era desiderio di entrambi visitare questi luoghi, arrivati là ci siamo divisi e abbiamo girato nel campo autonomamente, senza un percorso o intenzioni precise, senza scattare e senza prendere appunti, cosa che abbiamo fatto in un secondo momento. Io ho poi dato a lei alcune foto per provare ad abbinare il miei scatti con i suoi scritti».

Un'esperienza forte anche perché a gennaio, in settimana non ci sono molti turisti e scolaresche, l'impressione è quella di essere soli e avvolti dal silenzio. Continua Lercara: «Molto diversa è stata l'esperienza di due giorni dopo, quando siamo tornati insieme alle persone che hanno viaggiato con noi e alle guide; allora, Barbara ed io abbiamo scoperto di esserci soffermati nei punti più cruciali senza neanche saperlo».

Insomma, è stata un' intuizione silenziosa a guidare anche Barbara Odetto: «È stata un'esperienza fortissima, tant'è che quando siamo arrivati, non tanto ad Auschwitz che è più piccolo, quanto a Birkenau, eravamo come schiacciati dal silenzio, dal freddo e dalla vastità di quel luogo. All'inizio è stato molto difficile lavorare, ci sembrava di profanare quei luoghi, poi ci siamo divisi e ognuno di noi ha iniziato a metabolizzare quell'esperienza, ed effettivamente quando tempo dopo ci siamo confrontati ci siamo resi conto che avevamo preso lo stesso filone, cioè l'idea di eco, di ricordo, di voler testimoniare non in maniera retorica ma originale e personale. Così sono nate le opere, dalle sue bellissime fotografie dove le frasi che io avevo scritto si sposavano perfettamente. Io mi sono immedesimata nei deportati di Auschwitz e Birkenau e li ho fatti parlare: c'erano uomini, donne, bambini, deportati politici, rom, ricchi, poveri, omosessuali... persone, ognuna con la propria storia alla quale ho voluto dare una voce».

In un luogo di morte sono l'eco e i ricordi a rimanere, e le persone più sensibili li possono percepire. Un concetto, quello della percezione e della testimonianza, molto caro agli autori perché molti dei testimoni di allora, per motivi anagrafici, non ci sono più. Spetta quindi a chi rimane continuare a preservare questo ricordo e questa eco, in modo che i giovani possano sapere, ed evitare che qualcosa di simile possa accadere.

«A mio giudizio anche oggi, in maniera diversa, viviamo una sorta di medioevo – commenta Odetto – c'è molta atrocità, brutalità, un forte odio razziale, dimostrazione che probabilmente la storia non ha insegnato così tanto. Forse proprio per evitare questo è importante denunciare, parlarne, sensibilizzare le generazioni future e quelle attuali; far capire che l'odio non porta a nulla se non alla distruzione, alla crisi delle coscienze e all'abbrutimento dell'anima. Ognuno di noi dovrebbe pensare che in fondo, a prescindere dall'etnia, dal colore della pelle, dalla religione, siamo tutti esseri umani con le nostre paure le nostre fragilità e anche le nostre famiglie e le nostre gioie. Noi non abbiamo voluto denunciare in maniera critica, abbiamo lasciato parlare il cuore, e il cuore, ancora oggi, è forse quello che può fare la differenza».

La mostra Echi da Auschwitz. Un viaggio nella memoria attraverso le immagini di Alessandro Lercara e i testi di Barbara Odetto, è ospitata presso gli spazi dell'inQubatore Qulturale e la Biblioteca Tancredi Milone di Venaria Reale fino al 5 febbraio.