Da circa 80 anni nel quartiere Centocelle (Roma) svolge la sua attività la casa di riposo «Istituto G. B. Taylor» che dispone di 32 posti letto, sale di intrattenimento, una cucina interna, e un bel giardino per le passeggiate quotidiane. Da alcuni mesi Herbert Anders, pastore della chiesa battista di Roma-Centocelle, è stato ufficialmente nominato cappellano del Taylor. Da sempre i/le pastori/e che hanno in cura la chiesa locale, hanno svolto un servizio a favore degli ospiti della casa, ma con il passaggio dell’istituto ad Ente ecclesiastico e con l’entrata in vigore del nuovo statuto, la figura del cappellano è stata istituzionalizzata. Ne parliamo con il pastore Anders.

«Da tempo la direzione della casa di cura auspicava di poter meglio accompagnare gli ospiti anziani nelle difficoltà legate alla loro fragile condizione, affinché i cambiamenti fisici e psicologici che vivono non siano soltanto subìti, ma anche accompagnati da mente e spirito. Personalmente lavoro già da cinque anni insieme agli anziani in incontri promossi dalla direzione in collaborazione con la chiesa di Centocelle, ma avere a disposizione un tempo specifico mi permette di dedicare più cura ai rapporti e ai bisogni delle persone anziane».

Cosa prevede il lavoro di cappellania presso la casa di riposo?

«Sto cercando di cogliere le esigenze che i cambiamenti imposti dall’avanzare dell’età comportano. Attualmente incontro le persone in un appuntamento dove c’è un tempo dedicato al canto e alla riflessione biblica, vado a trovare chi lo gradisce nella propria stanza, e trascorro del tempo con loro nelle sale comuni. Istituzionalmente ho per questo e altre future iniziative un giorno e mezzo a disposizione».

Come viene accolta dagli ospiti la sua presenza?

«Molto bene, in quanto tutti e tutte sono contenti/e di poter scambiare una parola durante la giornata, che a volte può essere lunga. Il mio ruolo vuole offrire vicinanza a chi lo gradisce. Il lavoro della cappellania è rivolto anche al personale della casa di riposo, in quanto ci incontriamo tutti insieme per una breve meditazione una volta alla settimana. E mi sembra che sia un momento gradito che ci permette di scambiare – a partire dagli input che offro – un pensiero spirituale, cosa che spesso non è possibile o non è sollecitata nelle istituzioni di assistenza alle persone».

In ogni relazione c’è sempre un dare e un ricevere. Cosa ha finora ricevuto dall’incontro con gli anziani e le anziane della casa?

«Gli anziani hanno molto tempo, perché hanno meno facoltà. Il corpo non risponde più a tutte le sollecitazioni: camminare può costituire un problema, e anche la memoria e la capacità di ragionare rallentano con l’avanzare dell’età. Tutto questo fa che loro siano sempre meno partecipi alle mille attività che fino a qualche anno prima invece occupavano gran parte del loro tempo. Il mondo accanto a loro è troppo veloce e gli anziani non riescono più a partecipare a quella corsa. Quando vado nella loro casa, ho l’impressione di scendere da questo treno in corsa veloce e di entrare in una dimensione rallentata. Poter star seduto a chiacchierare del più e del meno è piacevole. E questo piacere corrisposto dà soddisfazione».

Qual è la buona notizia che annuncia a persone che stanno percorrendo l’ultimo tratto della loro vita?

«Credo sia quella che ciascuno/a può consegnare la propria impotenza a qualcun altro che è pronto ad accoglierla. Sin da bambini impariamo ad afferrare la vita. Uno dei primi riflessi del neonato è di chiudere le minuscole dita intorno, per esempio, al mignolo della madre. Da anziani questo movimento si capovolge: la persona anziana deve lasciar andare, mollare la presa degli elementi che ha afferrato in un lungo arco di vita. Quasi tutte/i coloro che risiedono alla casa di riposo G. B. Taylor hanno già lasciato andare la propria casa, molti hanno assistito alla dipartita dei familiari e devono convivere con “menomazioni” (il venir meno di facoltà che fino a qualche anno fa padroneggiavano perfettamente) del proprio corpo, come le gambe o parti del cervello che non registrano più le informazioni, o le mani che fanno fatica persino ad afferrare il cucchiaio. La vecchiaia costringe alla resa. Poter arrendersi a Dio, da cui crediamo di aver ricevuto tanto nella vita, può donare un senso di compiutezza alla propria esistenza e porre la persona anziana nella condizione di accogliere un/a compagno/a di strada a cui affidarsi quando viene meno anche l’ultima delle proprie forze. Prima di arrivare a questo per i più ci sono ancora tanti anni da vivere in cui la vita – come quella di tutti – è esposta a conflitti, preoccupazioni, abbandoni che l’evangelo accoglie con l’annuncio della liberazione tramite il perdono, la fede, il sapersi amati e amate: il messaggio che abbraccia tutto l’arco dell’esistenza umana».

Immagine di Pietro Romeo

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