Venerdì 18 novembre si è conclusa a Marrakech la Cop22, l’edizione 2016 della Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici. Secondo le intenzioni della vigilia, la Cop22 avrebbe dovuto essere focalizzata sulla traduzione in atti concreti, mentre al termine dei lavori si è ottenuto un risultato che è difficile considerare soddisfacente: la conferenza, infatti, ha prodotto soltanto una dichiarazione della volontà di precisare entro il 2018 gli impegni di taglio alle emissioni di ciascun paese.

Non mancano i segnali positivi, che vanno dal numero di Paesi che hanno ratificato l'accordo di Parigi, salito a 112, fino alla definizione di “slancio irreversibile” utilizzata nella dichiarazione ufficiale diramata alla fine della conferenza delle parti. Tuttavia, l’impressione è che non si sia voluto forzare sulle promesse di taglio alle emissioni, rimandate al 2018. Tutto ruota intorno al nodo economico: tagliare le emissioni rappresenta nel breve periodo un costo che nessun paese sembra disposto ad affrontare in un’epoca di bassa crescita economica. Secondo Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, «qualche passo nella giusta direzione è stato comunque fatto».

C’è stato un momento chiave?

«L’agenda della conferenza Cop22 è stata cambiata in modo radicale dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni statunitensi. In seguito a questo evento è stato compiuto un gesto molto importante, la firma della dichiarazione di Marrakech con cui i leader mondiali hanno confermato tutte le volontà espresse l’anno scorso a Parigi. Si è trattato in sostanza di un messaggio politico a Trump e alla nuova amministrazione statunitense per ribadire che la difesa del clima non può essere messa in discussione».

Uno dei punti più critici e criticati dell’accordo di Parigi era relativo alla difficoltà di sanzionare le inadempienze. Da questo punto di vista è stato introdotto qualche strumento per evitare che chi decide di disimpegnarsi lo faccia senza conseguenze?

«Nulla di definitivo, nel senso che per ora continuano a non essere previste sanzioni. Certo, abbandonare l’accordo di Parigi non è al momento qualcosa di pensabile né per gli Stati Uniti né per nessun altro, perché è un processo abbastanza lungo e complicato. Detto questo, lo avevamo detto all’epoca e rimaniamo convinti che degli obiettivi vincolanti e delle sanzioni avrebbero un peso ben diverso».

L’Unione europea ha dichiarato di voler essere protagonista nella lotta contro il cambiamento climatico. Ma c’è qualcosa al di là delle parole?

«Nell’ultimo decennio l’Unione europea ha perso il proprio ruolo di leader nel campo dei cambiamenti climatici a vantaggio di Stati Uniti e Cina: adesso, a maggior ragione con l’ipotetico “effetto Trump”, è necessario che l’Unione Europea riacquisti questa leadership e lo faccia molto rapidamente. Al momento il segnale più forte è arrivato dalla Germania, che ha affermato che tutte le eventuali emissioni non tagliate dagli Stati Uniti saranno tagliate dall’Unione europea, che ha quindi espresso l’intenzione di farsi carico della sfida di mantenere in vigore quanto deciso a Parigi nel 2015. Tuttavia, c’è bisogno di dare dei segnali concreti e non solo parole: l’Europa deve iniziare da subito a innalzare le proprie ambizioni in termini di taglio delle emissioni di anidride carbonica e in termini di quota di energia da fonti rinnovabili, perché gli obiettivi che oggi si è data Bruxelles sono ancora troppo bassi».

Il risultato più concreto che abbiamo ottenuto da questa Cop22, a parte una conferma dell’accordo di Parigi è un cronoprogramma per l’attuazione concreta del tutto, che ci rimanda al 2018. In questi due anni si riusciranno a definire le regole necessarie?

«Sicuramente è possibile, però teniamo conto che nel 2018 verranno poi rivisti gli obiettivi nazionali sul tavolo, e questo è se possibile ancora più importante: oggi sappiamo che l’obiettivo che ci si è dati a Parigi è mantenere l’aumento di temperatura su scala globale entro un grado e mezzo, però gli impegni messi sul tavolo da parte dei vari Paesi ci portano oltre i tre gradi. Questo significa che non c’è bisogno di aggiustare il tiro, ma proprio di cambiare radicalmente le carte in gioco».

Quindi non c’è nessun segnale positivo?

«In realtà sì, c’è stato un aspetto importante e fonte di ispirazione: 47 Paesi, cioè quelli più vulnerabili ai cambiamenti climatici, hanno siglato un impegno per un futuro 100% rinnovabile, trasformando quindi quella che fino a poco tempo fa era soltanto una battaglia degli ambientalisti in un impegno concreto e su scala globale. Questo atto ci dà un po’ il polso dei tempi, di come siamo ormai immersi in una rivoluzione energetica che non si deve fermare. Il problema è capire se la completeremo in tempo».

Ce la possiamo fare?

«Sì, ma non possiamo pensare che dipenda soltanto dai governi: in buona parte sta anche a tutti noi cittadini e ai nostri comportamenti, intesi come usi e consumi, oppure come autoproduzione di energia. Certo, non va dimenticata la pressione che possiamo mettere sulla politica attraverso il voto affinché il clima venga considerato un tema importante, serio e concreto non soltanto nel periodo delle elezioni ma anche nei vari mandati governativi in tutti i Paesi. Non dimentichiamo che il cambiamento climatico è il tema più decisivo che ci troviamo ad affrontare oggi. In sintesi, si può fare e noi dovremo essere la generazione che metterà fine ai combustibili fossili».

Immagine: via flickr.com

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