Un convegno ecumenico fortemente voluto insieme dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla Conferenza episcopale italiana (Cei). L’appuntamento cade proprio all’inizio dell’anno commemorativo dei 500 anni della Riforma luterana. E cade proprio qui a Trento, nel luogo che rappresenta più di ogni altro, nell’immaginario collettivo, la chiusura blindata nei confronti della protesta di Lutero. Siamo storicamente nella patria della Controriforma.

Questa mattina il settimanale trentino titola: «I doni della Riforma». E anche questa è una prima volta. L’affermazione «senza se e senza ma» di un ribaltamento di prospettiva. Come a Lund il 31 ottobre (certo lassù in Svezia l’evento era stato molto più grande, con il papa e la Federazione luterana Mondiale); come a Torino lo scorso anno, con la visita del papa al tempio valdese. Ma fra le «prime volte» va annoverato anche questo convegno ecumenico («Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma») a Trento che, per tre giorni, diventa la capitale italiana dell’ecumenismo, con un impatto emotivo fortissimo. Ritrovarsi fisicamente nei luoghi dei decreti lanciati dal Concilio del 1545-1563 contro il protestantesimo fa un certo effetto.

Il confronto che il convegno promuove, animato da don Cristiano Bettega, responsabile dell’Ufficio nazionale Cei per l’ecumenismo, è a tutto campo, e certamente caratterizzato da una buona dose di franchezza. I lavori si sono aperti mercoledì 16 con un brillante studio biblico a due voci: una protestante (la pastora Anna Maffei) e una cattolica (la teologa Marinella Perroni). Il testo commentato è stato quello della seconda lettera ai Corinzi, là dove l’apostolo lancia un invito a riconciliarsi con Dio e tra fratelli e sorelle in fede. Ma in realtà, in questa platea di quattrocento persone, di cui il dieci per cento sono protestanti non ci sono problemi di riconciliazione, quanto piuttosto di chiarimento teologico, ecclesiologico, etico.

La prima parte del convegno è dedicata a una conoscenza del variegato mondo protestante. E qui, intorno al tavolo, interagiscono le diverse anime del protestantesimo italiano. C’è anche quella pentecostale con Carmine Napolitano, preside della Facoltà pentecostale di Scienze religiose; c’è quella avventista con il pastore Davide Romano e poi, naturalmente, le chiese della Fcei. Tante le domande, le curiosità: da parte del pubblico affiora chiaramente il fatto che l’arcipelago protestante non sia poi così conosciuto.

La prima giornata si è conclusa con il trasferimento dal grande teatro del Collegio Arcivescovile, sede del convegno, all’austera basilica di Santa Maria Maggiore nel cuore della Trento storica. Tra queste austere mura si svolsero le sedute del famoso Concilio del 1545 destinato, tra alterne vicende, a durare ben diciotto anni, per concludersi si concluderà con una severa condanna di quella Riforma che stava conquistando molte regioni d’Europa. La serata in basilica è stata tutta musicale con cori e organo, magistralmente introdotta dal cardinale Walter Kasper e commentata, brano dopo brano, dal il musicologo valdese Nicola Sfredda. In sostanza siamo stati invitati a compiere un viaggio singolare tra brani musicali e corali di tradizione cattolica e protestante prevalentemente del XVI secolo.

Il primo confronto teologico ha aperto la seconda giornata di convegno con gli interventi del decano della Facoltà valdese di teologia Fulvio Ferrario e di don Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto. Da parte protestante le argomentazioni scorrono sul filo di questioni sensibili anche nel campo dell’etica sessuale; seguono poi il tema del proselitismo, che occorre distinguere dalla missione, e il grande e appassionante tema dei ministeri femminili. Da parte cattolica si è ricordato che dopo il Concilio Vaticano II la centralità della Parola di Dio nella vita della chiesa è una sfida non più eludibile. A seguire ancora questioni antropologiche e ecclesiologiche nelle quali Karl Barth come riferimento in campo cattolico la fa da padrone. Il dibattito tirerà fuori l’eterna contrapposizione fra il battesimo dei piccoli e quello dei credenti, fermo restando il primato della Grazia. È solo un indice sommario delle prime questioni dibattute, sulle quali si potrà o si dovrà tornare una volta che saranno pubblicati i documenti del convegno.

I lavori nella giornata di oggi sono ancora in pieno svolgimento. In calendario anche una serata liturgica nel Duomo di Trento, dove vennero solennemente proclamate le conclusioni del Concilio. Dal punto di vista dei contenuti il convegno non vuole essere soltanto teologico ma riflettere anche sulla «diaconia della carità». Un termine che racchiude l’esperienza dei corridoi umanitari a cui verrà dedicato un congruo spazio durante i lavori. Non solo il dire ma anche il fare. L’ecumenismo, insomma, come esperienza di solidarietà con i profughi.

Una classe del liceo scientifico cittadino ha partecipato a una sessione dei lavori, e uscendo una ragazza mi ha detto: «Non ho capito dove stanno le differenze tra cattolici e protestanti». Delusa? chiedo . «Tutt’altro – risponde –, ma mi aspettavo maggiori contrasti». Cinquant’anni di ecumenismo non sono passati invano. Indirettamente ce lo ricorda il congedo da Marianita Montresor, spentasi per un male incurabile a 60 anni, i cui funerali si sono svolti nella non lontana Verona nel cuore della seconda giornata del convegno trentino. Già presidente del Segretariato attività ecumeniche (Sae), era figura dolcissima di teologa e tenace organizzatrice della complessa vicenda ecumenica italiana. Montresor ci lascia, riuniti qui a Trento, una preziosa consegna che va proseguita continuamente reinterpretata. Siamo qui anche per questo.

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