Una difesa senza violenza

La proposta per l'istituzione di un Dipartimento di difesa civile non armata si avvicina a una discussione parlamentare

«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», dice l'articolo 52 della Costituzione. Ma è possibile farlo anche senza ricorrere all'uso delle armi e della violenza: questo è quello che sostiene la campagna “Un’altra difesa è possibile” che, con una proposta di legge sostenuta da più di 50 mila firme depositate alla Camera nel maggio del 2015 dalle associazioni e movimenti che si occupano di disarmo e non violenza, propone di istituire un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta. In queste settimane è iniziata la “seconda fase” della campagna che ha visto la proposta del testo sostenuto da sei deputati alla Camera; un passo che assicura una maggiore velocità nel percorso verso la discussione del testo. A Cinquant'anni dal processo a Don Milani per “l'obbedienza non è più una virtù” che aprì la riflessione che culminò nella prima legge sull'obiezione di coscienza nel 1972 parlare di non violenza è ancora una sfida quotidiana. Il commento di Francesco Vignarca, della Rete Italiana per il Disarmo.

Perché questa mobilitazione?

«Sei reti del mondo della pace, del disarmo e della nonviolenza dopo un percorso di elaborazioni di politiche comuni durato mesi e culminato nell'arena di pace e disarmo del 2014 a Verona, hanno deciso di prendere l'iniziativa, che si è trasformata in legge popolare. Al di là delle critiche che abbiamo sempre fatto verso un sistema armato, ci sembra importante fare una proposta alternativa che non è nient'altro che la conferma nel concreto di quanto è già previsto: l'obiezione di coscienza non una concessione dello Stato, ma scelta del cittadino di ottemperare all'articolo 52 della Costituzione in maniera non armata. Ma c'è un piccolo problema: se lo si vuole fare in modo non armato, non si ha nessun luogo per poterlo fare. Vogliamo ovviare a questo problema, da qui la richiesta di istituire un Dipartimento di difesa civile. Ora alcuni parlamentari, in rappresentanza dei propri gruppi, hanno ripreso il testo della legge, ripresentandolo. In questo modo è più facile che si arrivi a una discussione in aula e speriamo in un'approvazione della legge da noi proposta».

L'unica difesa non violenta esistente ora è quella del Servizio Civile?

«Si, noi la consideriamo veramente una difesa della Patria, perché va a difendere i cittadini aiutandoli nelle loro esigenze e non facendoli sorvolare dei cacciabombardieri; proteggendoli dal punto di vista dell'istruzione o della salute: ecco perché nella nostra proposta si prevedono collaborazioni con altri dipartimenti, come quello della protezione civile. Questa è la difesa che noi pensiamo vada esercitata oggi».

Si, ma perché non basta l'impegno civile di ognuno e c'è bisogno di un dipartimento?

«Perché, per esempio, il Servizio Civile è un'istituzione dello Stato. Fatto da ragazzi e ragazze ma all'interno dell'ambito istituzionale. Allo stesso modo la Protezione Civile, pensata come sistema integrato e continuativo di azione. Il punto è avere uno strumento a disposizione: oggi se c'è una crisi internazionale i cittadini, attraverso lo Stato, possono intervenire solo con le forze armate. Non ci sono strumenti di intervento di prevenzione, di risoluzione e trasformazione non violenta dei conflitti. Faccio sempre questo esempio: se dovete mettere una vite nel muro e avete solo il martello, userete quello al posto del cacciavite. Pensiamo che sia più efficace costruire un cacciavite, che manca. Questa proposta vuole crearlo, poiché gli strumenti che ci sono ora (quelli armati) sono inefficaci. Dopo l'attacco delle torri gemelle nel 2001, il mondo ha aumentato le proprie spese militari del 50% in 15 anni: non sembra che la situazione attuale abbia premiato quella scelta. Se avessimo destinato quelle risorse al tentativo di risolvere le problematiche sociali e politiche in diverse parti del mondo, forse avremmo una situazione meno esplosiva di quella attuale».

Cosa prevede la seconda fase?

«È quella più legata al percorso istituzionale nel Parlamento, rispetto alla prima di raccolta di firme, che spera di avere una discussione d'ora in poi. Il sostegno dei deputati è importante, ora l'impegno dei movimenti sarà quello di continuare a fare pressione sui parlamentari».

Come si concretizza un dipartimento non violento?

«Nella nostra proposta sono previsti due aspetti: l'istituzione dei Corpi civili di pace, che già sono in corso di sperimentazione grazie a un emendamento alla Legge di Stabilità di due anni fa. Corpi strutturati e formati che possano andare a prevenire i conflitti e gestire le situazioni di post-conflitto: non basta che non si spari per avere la pace, occorre riconnettere il tessuto sociale. Abbiamo previsto la creazione di un Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo, poiché occorre studiare la pace e le dinamiche molto forti tra le parti e l'articolazione in un comitato di dialogo e dibattito e di azione comune con la Protezione Civile e con l'Ufficio nazionale del Servizio Civile. In questo modo si avrebbe una realtà istituzionale pronta a intervenire. Per fare questo chiediamo lo spostamento di 500 milioni di euro dalla difesa militare a quella civile, e poi la possibilità per i cittadini di sostenere con il 6‰ delle proprie tasse questo tipo di strumento».

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