La spiritualità di Wesley, il Sud Africa nel cuore

La scomparsa di Febe Cavazzutti Rossi, predicatrice locale metodista

«Hanno vinto loro: le donne nelle baracche di lamiera, di pezzi di cartone, ad arrostire coi bimbi fra le braccia sotto il sole del giorno e a vederli morire nel gelo delle notti, con l’acqua sempre lontana, sempre poca, magari da rubare in un cimitero di ricchi bianchi e poi essere imprigionate per furto. Hanno vinto i bambini (...) senza scuole, senza insegnanti, senza libri di testo, con programmi declassati, pensati per una razza inferiore». In queste parole c’è tutta Febe Rossi Cavazzutti, spentasi il 2 febbraio scorso. Fanno parte dell’articolo da lei scritto per Riforma nel maggio 1994, dopo le elezioni che videro affermarsi Nelson Mandela e l’African National Congress. Il primo presidente nero del Sud Africa era uscito nel 1990 da una prigionia durata 27 anni.

Figlia del pastore Gaspare Cavazzutti, che fu collaboratore del missionario britannico Henry J. Piggott, e nata nel 1931 a Vicenza, Febe ha vissuto quasi tutta la propria vita a Padova, all’interno della chiesa metodista di cui era anche predicatrice locale; ma è stata anche organista e animatrice ecumenica, coinvolta nel Segretariato attività ecumeniche. Limitata a causa di una malattia nei movimenti, non aveva mai perso coraggio e – come scrive il pastore William Jourdan, sovrintendente del VII Circuito delle chiese valdesi e metodiste in un testo sul sito della chiesa di Padova – per un decennio [1991-2001, ndr] aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della World Methodist Historical Society, aveva partecipato ad importanti momenti assembleari del movimento ecumenico europeo, aveva creato e mantenuto rapporti di fraternità e di sostegno con varie istituzioni di assistenza in diversi paesi». Aveva anche curato un volume di sermoni di John Wesley (La perfezione dell’amore, Claudiana, 2009).

Il suo cuore tuttavia fu proprio per il Sud Africa. Nella fede straordinaria, nella compostezza del dolore e della lotta civile di quel popolo vedeva la secolare fiducia nel Dio d’Israele e nell’Evangelo di Gesù Cristo: «Hanno vinto i milioni di credenti che con fede viva e calda hanno continuato a pregare e cantare, a cantare e pregare, domenica dopo domenica, certi che la liberazione sarebbe venuta, che Dio risponde al grido degli oppressi». Quelle elezioni non le vinse infatti l’ala estremista e violenta, le vinse la ragione, l’accettazione dell’avversario, la saggezza: «Si sono mossi qualche giorno prima delle elezioni, tutti in fila, per chilometri, hanno fatto votare prima, nella calma, gli invalidi, i vecchi, le donne incinte, i poliziotti perché non fossero oggetto di vendette, e poi tutti gli altri (...) tutti mescolati per colori, etnie, lingue, idee, religione, fraternizzando e gioendo insieme».

Ai tempi dell’apartheid l’allora Alleanza riformata mondiale (oggi Comunione mondiale di Chiese riformate – Wcrc) sospese due chiese del Sud Africa che, bestemmiando la loro stessa fede, trovarono insane giustificazioni teologiche per il regime razzista: una lacerazione, un trauma che nell’ecumene si ricompose grazie a questo popolo che, oltraggiato, tornava sempre «a pregare e cantare, perché il giorno in cui il Signore si sarebbe mostrato non poteva essere lontano». Ora quello Stato è pieno di problemi, ma Febe collaborò ancora (e il lavoro va avanti) per lo sviluppo del suo domani, promuovendo il sostegno alle strutture sanitarie e scolastiche di Pietermaritzburg, su cui Febe stessa e altri dopo di lei hanno tenuto e tengono aggiornati i lettori di Riforma. A lei va la nostra riconoscenza per averci ricordato che in una terra lontana e sofferente il messaggio evangelico di liberazione aveva scaldato i cuori.

Foto Di John da en.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5034791

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