La famiglia cambia, cambino le leggi

Una riflessione sulla recente sentenza di Strasburgo che condanna l’Italia per l’assenza di un riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso

Proprio l’altro giorno stavo risistemando la scrivania del mio computer, prima della pausa estiva, e mi è capitato sotto mano un articolo intitolato «Is there a family, c’è una famiglia?» di tre antropologhe americane, pubblicato la prima volta nel 1981 poi nel 1997 per essere quindi citato nel libro Contro natura. Lettera al Papa nel 2008 e nelle sue successive ristampe1. I miei pensieri andavano al lungo e articolato dibattito nelle scienze umane e sociali sui temi del gender e delle unioni civili, ma anche alla discussione sulle varie forme di famiglia «al plurale» che ormai da trent’anni ci accompagna.

Ed ecco giungere la notizia, riportata da diversi quotidiani, della condanna del nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti umani per il mancato riconoscimento delle coppie gay. Nella sentenza del 21 luglio del tribunale di Strasburgo si afferma che l’Italia ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani che esprime il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Oggi in Italia non vi è sufficiente tutela legale attualmente disponibile, volta a provvedere ai bisogni fondamentali di una coppia non sposata ma impegnata in una relazione stabile. E per la Corte di Strasburgo, l’Italia è l’unica democrazia occidentale a mancare a questo impegno, una lacuna grave analizzata ripetutamente nel corso degli anni e che la sociologa Chiara Saraceno ha più volte definito l’ «anomalia italiana».

Si tratta dunque di una sentenza importante che dice dell’urgenza di una legge, rilevata anche dalla Presidente della Camera Laura Boldrini che si è espressa con una frase inequivocabile: «tempo scaduto». L’Italia dovrà adesso introdurre un riconoscimento legale delle unioni civili, ovvero forme di riconoscimento che sono sostanzialmente allineate con il matrimonio, anche se viene lasciata ai singoli Stati l’estensione di questo fondamentale diritto.

Questa notizia segue quella diffusa a metà giugno sul riconoscimento delle famiglie omosessuali da parte del Parlamento di Strasburgo, accolta come un’accelerazione positiva dal coordinatore della Commissione famiglie, past. Paolo Ribet, che aveva anticipato all’agenzia NEV: «Il documento che la Commissione famiglie della Tavola valdese presenterà in agosto al Sinodo andrà proprio nella direzione qui indicata: la famiglia cambia, cambino le leggi».

Ho dunque ripensato alla riflessione che nelle nostre chiese metodiste e valdesi si è riaperta a partire dal 2010 (con l’atto sinodale sulla benedizione delle coppie dello stesso sesso), anticipata dal documento sull’omosessualità approvato nella sessione congiunta dell’Assemblea generale battista e del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste nel 2007. Ogni anno abbiamo aggiunto un frammento di riflessione, ci siamo messi in ascolto gli uni degli altri non per uniformare le nostre posizioni ma per allargare la tenda affinché i diritti di alcuni possano diventare di tutti, secondo un principio di uguaglianza che mantiene le differenze. Questi temi sono stati affrontati nella loro complessità, sono stati approfonditi aspetti giuridici e teologici e tutto questo ha aiutato la Commissione famiglie a produrre una bozza di documento in dialogo con le chiese locali, ma anche con i documenti precedenti, ovvero il documento sul matrimonio (RO.M 1971) e il Testo comune sui matrimoni interconfessionali (1997, 2000) e con la società civile. 

Vi è poi stato un evento recente che ha segnato un nuovo inizio nel dialogo ecumenico anche su temi etici. A Roma, lo scorso 9 marzo presso il Senato della Repubblica, cattolici, protestanti e ortodossi hanno sottoscritto il documento "Contro la violenza sulle donne: un appello alle chiese cristiane in Italia", elaborato da una commissione congiunta della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale (Cei). Un problema sempre più evidente in tutta la sua drammaticità ha consentito di rivolgere un appello a una sola voce, nonostante le diversità di approccio rispetto a famiglia e matrimonio. E la cornice dell’unità nella diversità consente il dialogo e il confronto su aspetti che possono anche dividere, ma che sono detti nella fraternità ed entro un comune riconoscimento: Dio ci parla attraverso le differenze e non nell’uniformità, come ci è stato anche ricordato durante la visita del papa al tempio valdese di Torino.

Anche nelle chiese locali vi sono tante diverse posizioni - sollevate nei paesi europei che hanno già attraversato il dibattito sul «matrimonio per tutti» - ma è proprio nel confronto franco e aperto che emerge tutta la fraternità e l’accoglienza di cui possiamo essere testimoni anche nella società.

Infine, affinché la riflessione possa avanzare sul piano delle liturgie, è necessario trovare le parole per un pieno riconoscimento dell’amore che unisce due persone, senza discriminazione di orientamento sessuale. 

In ogni incontro, ad ogni dibattito, in ogni assemblea di chiesa ho avvertito da una parte l’urgenza di dire una parola evangelica che possa aprire una breccia anche nella società, dall’altra ho incontrato una certa prudenza nel benedire coppie che non abbiano un riconoscimento civile, per lealtà nei confronti dello Stato. Ma la benedizione non è il matrimonio (che è tale quando è civile) ed essendo un «gesto-parola» dell’amore di Dio, per usare un’espressione di Henry Mottu, è preziosa per ricevere qualcosa del Dio di Gesù Cristo nella vita a due: è la mano di Dio che dà la sua benedizione a esseri umani particolari, che ama e che libera dal timore e dalle grinfie della morte, che manda in missione e conferisce la vocazione.  È un affidare a Dio donne e uomini di cui siamo responsabili come comunità. Chi siamo noi per giudicare o per rifiutare la benedizione a una coppia che intende vivere insieme stabilmente? Cerchiamo piuttosto di rallegrarci e di condividere la gioia, diventando a nostra volta comunità benedicenti.

 

1 Collier J., Rosaldo M.Z., Yanagisako S., «Is there a family? New Anthropological Views», in B. Thorne (a cura di), Rethinking the family, Longman, New York 1981; Remotti F., Contro natura. Lettera al Papa, Laterza, Roma-Bari 2008.

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