8 per mille: è finita la festa?

L’analisi della recente relazione della Corte di Conti: sono le quote inespresse il vero problema

Il 28 novembre scorso, la Corte dei Conti ha pubblicato una corposa relazione sulla destinazione e sulla gestione dell’otto per mille, mettendo a nudo le criticità ed i limiti oggettivi di un istituto che, probabilmente, non risponde più in maniera equa alle finalità originarie per le quali era stato concepito. 

L’analisi della Corte, che ha funzioni di controllo in materia di entrate e spesa pubblica, è efficacemente argomentata e giunge a conclusioni molto precise, bocciando senza riserve una procedura che ormai presenta una serie di contraddizioni, sulle quali la stessa Corte chiede alle amministrazioni pubbliche interessate di adottare, entro sei mesi, misure finalizzate al superamento dei rilievi formulati.

In particolare, la relazione ha evidenziato che i contributi destinati alle confessioni religiose sono di entità ingente, superando l’importo di un miliardo di euro annui, somma che non è riscontrabile in nessuna delle altre realtà europee che utilizzano sistemi di attribuzione simili. La Corte critica inoltre il funzionamento dell’attuale sistema che determina il costante incremento dei contributi destinati alle confessioni religiose, caso anomalo e in contro tendenza rispetto al panorama attuale di forte riduzione della spesa pubblica.  

Per capire il senso delle censure della magistratura contabile vale la pena di accennare al meccanismo di funzionamento, forse non a tutti ben chiaro, della ripartizione delle quote dell’otto per mille, ideato oltre trent’anni fa in occasione della revisione del Concordato con la Chiesa Cattolica, che ha permesso finalmente anche ad altre confessioni religiose la stipula di intese con lo Stato italiano.

I soggetti beneficiari (oltre alla Chiesa cattolica, vi sono attualmente altre dieci confessioni religiose, ma vi figura anche lo stesso Stato che deve devolvere i fondi ricevuti a finalità sociali, assistenziali e culturali) hanno diritto alla ripartizione dell’otto per mille del gettito nazionale dell’imposta Irpef, ma tale ripartizione non tiene conto soltanto delle quote palesemente espresse dai contribuenti in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi, ma anche della ulteriore ripartizione delle quote per i quali i contribuenti non hanno espresso alcuna scelta, in proporzione alle scelte esplicite ottenute da ciascun beneficiario. 

Tale sistema di assegnazione delle quote è la maggiore incongruenza segnalata dalla Corte dei Conti, la quale sottolinea come con questa modalità di ripartizione tutti i soggetti beneficiari ricevano somme di gran lunga maggiori dalla redistribuzione delle quote inespresse, rispetto a quanto ricevano per le quote derivanti da opzioni effettivamente esercitate in loro favore. Il documento sottolinea inoltre che, a differenza di altre legislazioni europee, il sistema italiano non prevede che l’esercizio dell’opzione riguardi l’assegnazione di una percentuale dell’imposta Irpef propria del soggetto che la manifesta, bensì che l’opzione serva solo a determinare la misura percentuale dell’intero gettito dell’8 per mille che verrà ripartito sulla base delle sole opzioni espresse, contrariamente alla comune percezione di chi appone (ma soprattutto di chi non appone) la propria firma, il quale immagina che i fondi vengano assegnati soltanto dietro un’opzione esplicita.

Secondo la Corte, un’ulteriore distorsione del sistema attuale è rappresentato dal fatto che i soggetti che non esercitano alcuna scelta siano decisamente la maggioranza, causando l’effetto anomalo per il quale le scelte di una minoranza ridotta determinano le scelte di destinazione dell’otto per mille di tutto il Paese, insomma un bell’esempio di democrazia della minoranza, per dirla con una definizione ultimamente abusata nel panorama politico nazionale. Dai dati della relazione si ricava infatti che nel 2012, ultimo dato disponibile, ben il 54,19% dei contribuenti non ha espresso alcuna opzione, con il picco storico negativo dell’anno 1999, nel quale oltre il 63% di essi non ha esercitato scelte di destinazione.

Le conseguenze sono evidenti nell’esempio riportato nella relazione relativo ai dati del 2010, dal quale si ricava che le attribuzioni ai tre maggiori destinatari sono spettate rispettivamente, alla Chiesa cattolica che con il 36,97% di scelte ha ottenuto l’82,01% dell’intero gettito dell’8 per mille, allo Stato che con il 6,20% di scelte ha ottenuto il 13,74% e alla Chiesa valdese che con l’1,39% ha ottenuto il 3,08%.

Ma la relazione pone anche l’accento sull’iniquità dell’attuale sistema, arrivando ad auspicare modifiche non di poco conto: «La possibilità di accesso all’otto per mille per molti credenti oggi esclusi – attraverso l’allargamento del sistema ad ulteriori realtà associative religiose – cambierebbe molto il quadro della distribuzione delle risorse, riducendo le entrate, soprattutto, della Chiesa cattolica e dello Stato, oggi particolarmente avvantaggiati dal meccanismo (…) realizzando forme di contribuzione non discriminatoria, destinata ad un più vasto numero di confessioni, al fine di evitare ogni forma di violazione del principio di ugual rispetto, eventualmente anche a favore di enti che perseguono un fine di religione “negativo».   

La Corte denuncia anche una mancanza di trasparenza sulle erogazioni destinate a ciascun beneficiario e sull’utilizzo dei fondi erogati, in quanto sul sito web della Presidenza del Consiglio dei Ministri non trova spazio nessuna informazione in tal senso, il che si traduce nell’impossibilità di verifica da parte dello Stato dell’effettivo utilizzo dei fondi assegnati per le finalità dichiarate. Ed oltre a tale mancanza di riscontri, il documento denuncia la totale assenza di controlli sulla correttezza delle scelte di chi ha optato e il possibile ruolo attivo nelle scelte degli intermediari che trasmettono le dichiarazioni, che sono soggetti spesso collegati ai beneficiari dei contributi, laddove si sottolinea che la stessa Agenzia delle Entrate ha comunicato che sono pervenute «alcune segnalazioni relative ad interferenze, da parte di alcuni Caf, nella scelta della destinazione del cinque per mille e dell’otto per mille dell’Irpef da parte del contribuente». 

Con la sua relazione la Corte dei Conti è quindi intervenuta, per quanto di sua competenza, portando alla luce tutte le pecche dell’attuale meccanismo, arrivando alla conclusione che sia necessaria una riponderazione dell’attuale sistema che porti alla razionalizzazione e alla riforma dell’istituto dell’otto per mille.

Benché nel documento non manchino alcuni passaggi nei quali i riferimenti alla Chiesa evangelica valdese abbiano connotazioni certamente positive, come ad esempio dove si sottolinea la scelta di rifiutare, sino al 2011, l’attribuzione delle quote non espresse, o quello dove si dà conto della pubblicazione sul proprio sito del resoconto dei fondi ricevuti e dei progetti finanziati, le prese di posizione della Corte dei Conti, che criticano fortemente l’attuale sistema di redistribuzione di risorse alle confessioni religiose, non possono non stimolare una riflessione da parte nostra sull’intero meccanismo dell’otto per mille il quale, non va dimenticato, ha obbligato la nostra chiesa a dover gestire un flusso crescente di denaro pubblico di entità, probabilmente, inaspettata.

Sempre che le considerazioni espresse dalla relazione della Corte dei Conti non rimangano lettera morta, perché ai poteri forti l’attuale situazione va benissimo così com’è.

 

Fonte copertina: "Fondos archivo" di Archivo-FSP - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Commenti

E' triste dover constatare come quando si tratta di incassare soldi provenienti da tutti i cittadini, anche i protestanti firmatari di intesa con lo stato italiano ne approfittino, alla faccia di tante prediche e invettive teologiche contro Mammona e il Potere. Sulle distorsioni evidenziate dalla Corte dei conti, ma ben note a tutti noi, si è registrato un pesante e madornale silenzio

Caro redattore del commento, credo sia ancora più triste constatare che per postare un commento ad un articolo una persona si debba nascondere dietro un nome altrui (in questo caso il mio).
Senza offesa, ma credo che sarebbe più serio, qualsiasi sia l'opinione che si vuole esprimere, firmarsi con il proprio nome, invece di attribuire ad altri interventi, peraltro del tutto opinabili, sul mondo protestante.
Roberto Peretta

Per un errore del sito venivano mostrati dati errati. Abbiamo corretto il problema e dovrebbe ora mostrare i dati esatti.

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