La verità ma non tutta la verità

Il grande processo ai criminali della dittatura argentina fa giustizia, ma restano grandi punti interrogativi

Alla fine di novembre si è chiuso uno dei più grandi processi per i crimini commessi durante gli anni della dittatura in Argentina, tra il 1976 e il 1983: violenze, torture e migliaia di desaparecidos. Cinque anni di udienze, 54 imputati, 48 condanne di cui 29 ergastoli che restituiscono una parte di giustizia a chi, non solo in Argentina, la chiede a gran voce da 40 anni.

Abbiamo raccolto due testimonianze da chi per anni ha lavorato sulla memoria e sulla richiesta di verità per le vittime della dittatura: Diana Caggiano, responsabile del Gruppo di argentini in Italia, per la memoria, la verità e la giustizia, e Carlos Pisoni, militante di HIJOS (Hijos e Hijas por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio) e Sottosegretario alla promozione dei diritti umani in Argentina nel governo di Cristina Fernández de Kirchner, periodo in cui spostò gli uffici del ministero e la casa delle memoria alla sede dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) di Buenos Aires luogo simbolo delle violenze e torture durante la dittatura.

«Un grande successo perché questo processo è stato molto faticoso, è durato tanti anni con molte testimonianze. Pensiamo di non mollare finché non ci sarà giustizia e verità per questi crimini» dice Diana Caggiano.

«Non è ancora finita, perché i nostri parenti (nel mio caso i miei genitori) – ha detto Carlos Pisoni –sono scomparsi e non abbiamo i corpi. In questi processi noi aspettavamo che molti assassini e criminali potessero parlare e spiegare dove sono, così come dire che fine hanno fatto i bambini che furono rapiti alle loro mamme (più di 500) e affidati alle famiglie dei militari. Grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo si è riusciti a trovare alcuni collegamenti per 136 di loro. Stiamo ancora cercando la verità».

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