L’omelia di ingresso nella Diocesi di Milano del vescovo Mario Delpini ci è piaciuta. È davvero un buon auspicio per i rapporti ecumenici, per quelli interconfessionali, per la ricerca del bene comune della città e delle terre lombarde.

Ci è sembrato che il programma pastorale che con particolare delicatezza e rispetto per i suoi predecessori, egli ha dichiarato voler essere di continuità, sia stato bene espresso già in quel lungo e reiterato saluto iniziale: «fratelli e sorelle». Un saluto inclusivo non solo nel genere, ma via via anche nei confronti degli altri cristiani, citando esplicitamente e in cima alla lista il Consiglio delle Chiese Cristiane, degli Ebrei, degli Islamici e di tutti gli altri credenti e non credenti impegnati nella ricerca del bene comune.

Questa «inclusione» è già un programma. È sufficiente a impegnare energie spirituali e intellettuali. È un percorso tutt’altro che ovvio nella terra della Lega e in questo Paese attraversato da populismi e venti di estrema destra (questo naturalmente lo diciamo noi, non il vescovo).

Grazie Vescovo, lei ha parlato anche di noi, c’eravamo anche noi nelle sue intenzioni di fraternità e sororità, e questo ci riempie il cuore di speranza.

Ma questa genialità omiletica di mettere il programma nel saluto iniziale, un po’ come fa l’apostolo Paolo nell’epistola ai Romani, non esaurisce le promesse di questa omelia.

La meditazione sul testo della visione di Isaia, «Tutta la terra è piena della gloria di Dio», è stata affascinante, suggestiva e, nelle sue modulazioni personali, addirittura commovente.

La gloria di Dio è il Suo amore che accoglie e avvolge, che non è succube della tristezza dominante, perché Dio è all’opera e ci rende capaci di amare. In noi sono riecheggiate le parole di Matthew Fox nel suo «In principio era la gioia». Questo incoraggiamento alla gioia ha colpito e coinvolto anche noi che apparteniamo alla tradizione del «pessimismo antropologico».

Parole misurate, che indicano un cammino non trionfalistico, ma cosciente della forza di Dio che dà valore anche a chi non ha più stima di sé, anche a chi riconosce di aver vissuto una vita sbagliata, anche a chi ancora cerca un senso alla propria vita.

Insomma, bene! Viene voglia di mettersi subito all’opera e riprendere il cammino in maniera ancora più spedita e soprattutto «insieme», riconoscendo la comune chiamata alla sequela del Cristo «affinché il mondo creda».

Ci è piaciuta molto anche la lettura evangelica che ha introdotto l’omelia. La parabola delle due case che conclude il Sermone sul Monte (Matteo 7, 24-29). Il testo durante tutta l’omelia è rimasto sullo sfondo. Il vescovo non lo ha citato, né ripreso. Come predicatori evangelici siamo rimasti in «sospensione» tutto il tempo, in attesa che la meditazione venisse a confrontarsi con quella parola. La conclusione, però, non è stata una delusione, ma un ulteriore invito alla meditazione. Abbiamo percepito quel silenzio come una seconda genialità omiletica. Quella parabola termina col giudizio: la casa fondata sulla sabbia dinanzi alle intemperie cade e la sua rovina è grande. Quanto grande? La grandezza della rovina è proporzionale alla grandezza dell’edificio. Le ultime parole del Sermone di Gesù sono un monito: non badate alle apparenze della casa, ma al suo fondamento! È il fondamento che tiene in piedi l’edificio. È il contenuto del vaso che dà valore al contenitore. Questa è la logica di Gesù.

Tutta la liturgia, soprattutto nella parte che ha preceduto quella omelia ci è sembrata, lo diciamo con fraterna premura, eccessiva, sovraccarica, sontuosa, medievale.

È solo una questione di sensibilità spirituale? O di gusto personale? Forse. Ma a noi la coreografia è sembrata stridere col contenuto della omelia stessa. Forse però ci sbagliamo e chiediamo scusa se queste parole suonano in qualche modo offensive. Questo dubbio però genera in noi un’attesa. Aspettiamo di vedere come le parole della fraternità e della sororità tutte scelte sullo spartito della meditazione come le note di una sinfonia che stanno al posto giusto, prendano mirabilmente forma nelle decisioni concrete e negli atti pastorali, per poter confermare a noi stesse e gli uni alle altre con gioia che, sì, siamo davanti a un servizio benedetto e di questo ne avrà giovamento tutto il popolo di Dio, soprattutto e in primo luogo la città a cui il messaggio è destinato.

Immagine: via istockphoto.com

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