L’equilibrio fra progettualità e quotidianità

In vista del Sinodo intervista al moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini

Si è concluso a inizio luglio il Consiglio generale della Comunione mondiale di chiese riformate a Lipsia; intanto a Bangkok si teneva l’Assemblea dell’Alleanza mondiale battista e in maggio si era svolta in Namibia l’Assemblea della Federazione luterana mondiale: le chiese metodiste e valdesi, intanto, si avviano verso il loro Sinodo come tutti gli anni, con i loro piccoli numeri e una lunga storia alle spalle. Al moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini, chiediamo che cosa significano queste proporzioni...

«Non tutti nell’ecumene protestante – ci dice – capiscono appieno la particolarità della situazione italiana. E tuttavia, partecipando alle grandi assise del protestantesimo mondiale, o in ambiente ecumenico, avvertiamo una considerazione che spesso noi stessi non abbiamo: per le cose che facciamo e per il fatto che, pur essendo una minoranza piccolissima, abbiamo in Italia un’udienza molto superiore alle nostre dimensioni; non mi riferisco principalmente al numero di quanti ci attribuiscono l’otto per mille (all’estero questo non significa molto), ma anche per i progetti che implicano presenza a livello ecumenico e nella società, dagli interventi per i migranti a iniziative come “Essere chiesa insieme”: un percorso per l’integrazione che in pochi Paesi di immigrazione viene tentata. Da qui, le manifestazioni di interesse e riconoscenza che ci vengono rivolte, magari per il fatto di portare in altri Paesi – come la Francia, e forse la Svizzera, per i Corridoi umanitari – delle esperienze riuscite: a volte siamo troppo autocritici».

Quali dimensioni, però, si affiancano agli interventi umanitari?

«Guardando al panorama ecumenico, direi che siamo ancora in grado di esprimere delle belle capacità progettuali: rispetto a quanto vedo in altri Paesi del protestantesimo europeo, le nostre chiese sanno ancora essere reattive di fronte a quanto succede. Un esempio di cui essere consapevoli: il modo in cui è stato strutturato il Patto di integrazione valdese-metodista, che non è semplicemente una “unione di chiese” ma salvaguarda l’identità di ognuno e la rappresentanza di tutte le chiese al Sinodo, è stato studiato dalle Chiese luterana e riformata, che in Francia hanno dato vita nel 2012 all’Eglise protestante unie. Non credo poi che possiamo essere assimilati a una grande organizzazione non governativa: “Essere chiesa insieme” è un progetto di grande coinvolgimento anche quanto a spiritualità perché, dialogando con sorelle e fratelli provenienti da altre culture, gli scogli e le difficoltà si manifestano proprio sulla Scrittura e sulla sua interpretazione, sull’organizzazione della chiesa, sulla democrazia, sulla concezione dei ministeri. Poi, certo, se riusciamo ad attuare dei processi di integrazione, è inevitabile che questo abbia un riscontro visibile anche a livello sociale; un nostro problema, invece, che condividiamo con moltissime altre chiese, sta nella quotidianità».

Di che cosa si tratta?

«Nelle Assemblee che si tengono all’inizio di ogni anno ecclesiastico sembra esprimersi più la routine che la vivacità: non è così dappertutto, ma è pur sempre un problema, che più di un Sinodo ha già affrontato. È come se nella vita della nostra chiesa ci fossero due facce: la quotidianità e la progettualità più alta. Abbiamo la capacità di esprimere una progettualità che “impatta” a livello ecumenico, nazionale e internazionale, e anche nella società. Ma dall’esterno è difficile capire la sofferenza della quotidianità: abbiamo sotto gli occhi il calo numerico e gli affanni legati all’autofinanziamento – e a questo proposito dobbiamo ribadire che l’autofinanziamento fa parte dell’identità delle nostre chiese.

Poi però c’è un altro problema, che la Tavola valdese segnala quest’anno al Sinodo con più forza: ci accorgiamo di essere chiese sempre meno “anticonformiste”. Il testo di Romani 12 (v. 2) ci invita a non conformarci al secolo presente. Ora, noi abbiamo la sensazione che prosperi la difficoltà di dialogare con chi pensa diversamente, l’incapacità di riconoscere gli sbagli e di fare un passo indietro; ebbene, tutto questo è un “conformarsi” allo spirito del nostro tempo, fatto di litigiosità, arroganza, mancanza di ascolto e rispetto reciproco. E questo ci colpisce, perché coinvolge anche i ministri della Chiesa (pastori e membri dei Concistori e Consigli di chiesa –questi organi sono infatti dei “ministeri collegiali”). Purtroppo, non solo di fronte a difficoltà caratteriali, ma di fronte a diverse visioni, anche a livello locale, sulla missione della chiesa, il dialogo troppo spesso lascia spazio al litigio, alla difficoltà di trovare un punto di mediazione; ci si scontra troppo frequentemente, nelle chiese grandi e nelle piccole, del Nord e del Sud, metodiste e valdesi, come in un condominio o per strada. È, questa, la malattia del conformismo: se queste cose avvengono in una comunità cristiana, che vive della novità e della “differenza” del Vangelo, e che dovrebbe essere una comunità che cura, in cui apprendere a livello elevato il rispetto reciproco, il dialogo, la democrazia, allora c’è qualcosa di grave che bisogna contrastare; il richiamo di Romani 12 ci obbliga a un lavoro di disciplina e autodisciplina, quella di cui si deve nutrire chi vive del Vangelo».

È giusto dire che siamo sbilanciati verso la diaconia?

«La nostra progettualità diaconale è stata chiamata negli ultimi tempi a esprimere progetti di tipo nuovo, anche di diaconia “leggera” e comunitaria, uscendo in parte dalla tradizione “storica” della sola opera residenziale: e questo è stato fatto, con risultati importanti, aprendo a nuove aree d’intervento anche inedite, come per esempio l’autismo. D’altra parte si dice con sofferenza che le energie profuse in questo impegno toglierebbero spinta alla missione evangelica e spirituale. Non credo che opporre questi due termini sia utile: mi sembra più pertinente l’opposizione di cui parlavo prima, fra progettualità e quotidianità; ma capisco che la grande differenza nelle dimensioni di questi diversi ambiti crei delle difficoltà. Però vorrei ricordare che noi siamo una delle poche chiese protestanti nel mondo in cui il sistema diaconale risponde al “Sinodo delle chiese”: è controllato dal Sinodo (e su scala più piccola dai Distretti) e ne riceve le linee d’indirizzo, non procede con una gestione solamente tecnica e non è gestito da enti esterni, come le fondazioni. Proprio qui possiamo cercare una possibile soluzione, in una maggiore capacità di indirizzo e di controllo da parte delle nostre assemblee».

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