Ci sono romanzi che esprimono compiutamente la poetica del loro autore o autrice; e ci sono romanzi che «introducono» il lettore al mondo di chi scrive, al suo immaginario, al suo retroterra culturale. Se si leggono prima quelli della maturità, e solo in seguito quelli dell’esordio, può capitare di trovarsi un po’ spaesati, ma anche molto incuriositi, dal percorso che – a posteriori – possiamo rintracciare in quelle righe. Se poi i libri pubblicati in altri Paesi vengono tradotti «in ordine sparso», la questione si complica, ma diventa anche sempre più affascinante.

È il caso del primo romanzo di Marilynne Robinson, Le cure domestiche*, giunto solo a fine 2016 in Italia, mentre già conoscevamo Gilead, Casa e Lila, i tre romanzi basati sostanzialmente sulla medesima vicenda – i primi due addirittura raccontano gli stessi fatti, secondo generi letterari diversi (il racconto tradizionale, con diversi narratori, e la forma di una lunghissima lettera al figlio): la vicenda dei due pastori evangelici, amici da una vita e vicini di casa, che riflettono sulla loro esistenza, la loro militanza di fede, la teologia e la consapevolezza del dolore. In particolare Casa rappresenta una versione moderna della parabola del padre misericordioso (il pastore presbiteriano Boughton nei confronti dello scapestrato figlio Jack), mentre John Ames, pastore congregazionalista, figlio e nipote di pastori, sposatosi in tarda età con una ragazza arrivata per caso nella sua chiesa durante un culto, scrive in Gilead una lunga lettera al figlio perché, malato di cuore, sa che non lo seguirà a lungo nella sua crescita. La vicenda precedente della ragazza è narrata nelle pagine di Lila.

I tre libri di cui sopra risalgono, in edizione originale, agli anni 2008-2015. Ma prima c’è Housekeeping, (1980), tradotto una prima volta con il titolo Padrona di casa. Molto meglio l’attuale Le cure domestiche. Rispetto ai successivi, la scrittura è meno fluente, più problematica, più concettuale e più allusiva, in certi tratti quasi sperimentale. L’autrice allora cercava evidentemente una sua cifra stilistica. Ma le questioni che affronta questo romanzo interamente al femminile non sono certo meno impegnative di quelle, così ricche di riferimenti biblici e teologici, dei tre successivi.

In una cittadina del Midwest (Robinson è originaria dell’Idaho, ma la Gilead dei suoi romanzi è collocata, nell’immaginazione, nello Iowa) ha fatto epoca decenni addietro il deragliamento di un treno, crollato da un ponte nel lago sottostante. Fra i tanti morti anche un ferroviere, nonno delle ragazzine protagoniste, Ruth e Lucille, che poi perdono anche la madre suicida. Dopo alcuni mesi sotto la tutela di due prozie stravaganti, all’appello di queste ultime risponde una sorella della mamma, Sylvie – e anche di lei si può dire che sia per lo meno un personaggio singolare: non ha, un lavoro; in compenso sembra avere (modeste) risorse per tirare avanti e potersi dedicare alla casa.

In realtà queste «cure domestiche» sono oggetto d’indagine da parte della comunità circostante, e soprattutto le autorità scolastiche verificano il modo di vivere delle due minorenni. Lucille, la maggiore, lascerà la casa senza malanimo. Semplicemente, si sente crescere. Ma prima, insieme alla sorella più piccola, ha più volte saltato le lezioni, per passare giornate in mezzo alla natura e in riva a quel lago da cui muovono i destini di tutti i cittadini, passati, presenti e futuri di quella località.

Sembra una di quelle situazioni estreme, di personaggi sopravvissuti a catastrofi nucleari o ambientali, il cui maggior successo è il romanzo La strada di Cormac McCarthy (2006) – ma bisognerebbe ricordare anche La vita e il tempo di Michael K. (1983) e L’infanzia di Gesù (2013) del sudafricano premio Nobel John M. Coetzee. Ma l’interessante, in questo romanzo, sono le attenzioni che le protagoniste si riservano vicendevolmente, e riservano all’abitazione, pur nell’eccentricità che le porta a cucinare in maniera strana, a non riparare i vetri rotti, e tuttavia a darsi un contegno quando le circostanze lo richiedono e a soffrirne quando non ne sono capaci.

Pur in questa atmosfera, Robinson ha il retroterra evangelico che conosciamo, e lo lascia trapelare quando descrive la nonna delle protagoniste («... era una donna religiosa. Vale a dire che concepiva la vita come una strada lungo la quale uno viaggia...»), quando accenna alla parabola del padre misericordioso («Convennero che il perdono di un genitore dev’essere sempre esteso anche al figlio che se n’è andato...»). Da lettori italiani, dunque, facciamo il percorso a ritroso: è ugualmente fruttuoso, perché l’autrice possiede davvero dei mezzi espressivi di grandissima levatura.

* M. Robinson, Le cure domestiche. Torino, Einaudi, 2016, pp. 199, euro 18,50.

Immagine: Marilynne Robinson, fotografata in occasione del Salone del Libro di Torino 2016 da Paola Schellenbaum