È stato un passaparola contagioso quello che mi ha portato a leggere l’ultimo libro di Kent Haruf, uno dei più apprezzati scrittori americani, conosciuto per la sua «trilogia» ambientata nella cittadina di Holt, Colorado, che è un luogo abbastanza fittizio da permettere all’immaginazione di respirare e abbastanza realistico da consentire una serie di parallelismi con le tante cittadine di provincia di cui è disseminato anche il nostro Paese. Certo, l’America non è l’Italia – e viceversa – ma alcune dinamiche relazionali possono evocare situazioni concrete che nella scrittura di Kent Haruf diventano poesia, anche quando sono dolorose. E poi c’è la dimensione della fede protestante che attraversa tutto il libro e che traspare in tanti passaggi.

Kent Haruf, figlio di un pastore metodista, è morto nel 2014 ma la pubblicazione de Le nostre anime di notte* è arrivata in Italia insieme alla vedova che è stata accolta in più città dove ha potuto raccontare il farsi del libro, e dei libri precedenti, la loro collaborazione nella scrittura e rilettura dei testi, la fatica condivisa, la gioia inesprimibile se non a gesti e a sorrisi, la reciproca compagnia che ha accompagnato fino all’ultimo lo scrittore ormai malato ma desideroso di trasmettere intensità, fiducia e speranza ai lettori, una comunità in crescita che ancora nei suoi libri trovano spunti per innamorarsi. Questa è una storia di un’amicizia, a tratti anche di intimità in cui ci si sente un poco intrusi ma che nel corso del racconto invece diventa parte di noi.

L’incipit è diretto e un poco scandaloso, inizia con la memoria di una telefonata: «E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters», un momento apparentemente banale come una telefonata si trasforma in un kairos, in un evento che irrompe prepotentemente ma soavemente nella vita quotidiana – e la trasforma inaspettatamente o forse la sconvolge – attraverso un lento e progressivo affidarsi l’uno all’altra nella conversazione e nella compagnia. Solo di notte, in quanto i due protagonisti hanno una loro vita sociale, vivono nei loro appartamenti, sono ormai anziani e hanno attraversato lutti e separazioni (sono sulla settantina, ma che importanza ha quando due anime si incontrano e non è mai troppo tardi, fosse anche per una sola e intensa conversazione che rimane impressa nella memoria e che alimenta vitalità e relazionalità...).

Quello che colpisce di questo racconto, di cui non voglio svelare nulla perché è tutto da leggere e da godere nel piacere della lettura, è che ribalta e scardina molti degli stereotipi legati alle relazioni di coppia, alle relazioni con i figli, alle relazioni di vicinato e trasmette la forza di un legame d’amore. Reciproco e condiviso ma sempre fragile ed esposto al dubbio, alla malinconia, alla sofferenza e al distacco. Anzi no, non vi è separazione nemmeno quando la distanza porterà i due protagonisti uno lontano dall’altro, ma che importa quando ci si può raggiungere anche solo con una telefonata colma di dolcezza e di tenerezza...

Sono sfumature che richiedono attenzione per essere notate: la vita allora ci sembrerà più intensa in ogni momento della giornata. Se è possibile dire a qualcuno: «Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te», non importa che sia stato così per tutta la vita o soltanto per un frammento di essa, è il seme che potrà solo crescere ma – come nella parabola – non si sa come o perché, nel mistero dei legami duraturi. A Holt è bello tornare, ma il libro è soprattutto per coloro che non ci sono ancora mai stati.

* Kent Haruf, Le nostre anime di notte. Milano, NNEditore, 2017, pp. 176, euro 17,00.

Immagine: di David Shankbone - David Shankbone, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3786068

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