Le vite degli altri

Rubrica «Finestra aperta» della trasmissione di Radiouno «Culto evangelico» curata dalla Fcei, andata in onda domenica 19 ottobre

Le vite degli altri è un film di qualche anno fa che racconta di un sistema che esisteva in Germania Est prima della caduta del Muro di Berlino, per cui quasi ogni persona spiava la vita dell’altro e il regime esercitava così una sorveglianza pervasiva e opprimente. Il termine panopticon, invece, indica una particolare architettura, ideata per le prigioni, per cui le celle sono disposte a raggiera, rispetto a un punto centrale, dal quale è possibile da uno schermo sorvegliare i detenuti senza essere visti. Più un regime si impone ai suoi cittadini, più ha bisogno di un sistema di sorveglianza, che renda palese alle persone che qualsiasi cosa essi dicano, può diventare un’arma contro di loro e i propri cari. Questo dispositivo ha come obiettivo il silenzio e il conformismo.

Spiare la vita degli altri per averne il controllo non è cosa nuova. Anche le istituzioni religiose si sono prestate a questo cercando di indagare, magari con promessa di assoluzione, le devianze delle persone. È paradossale che oggi quello che avveniva e ancora avviene nelle dittature, sempre più spesso accade per libera scelta dei cittadini. Tutti ad esempio ci sentiamo più sicuri sapendo che per strada ci sono centinaia di telecamere che sorvegliano le strade e poi ci sono i social network, su cui, in maniera del tutto volontaria, mettiamo ogni sorta di informazioni che riguardano noi stessi. Foto, riflessioni intime, opinioni politiche, ma anche dubbi, o la ricerca di un partner, sono messe in piazza. Da quelle bacheche è impressionante quante informazioni possano essere raccolte su di noi, con una accuratezza che talvolta ha del sorprendente. Ed è proprio per questo che oggi il grande business è l’acquisizione delle banche dati, compresi i dati così detti sensibili. Ma se noi stessi rinunciamo alla nostra privacy, chi potrà accusare coloro che ne fanno un uso per ragioni commerciali? E chi può escludere che questo sia posto al servizio di un regime di sorveglianza, che al momento opportuno, imponga conformismo e silenzio?

Queste questioni richiedono un tempo di riflessione, come suggeriscono Zygmunt Bauman e David Lyon nel libro Sesto potere (Laterza 2014). A noi, per il momento, il compito di una precisazione di tipo teologico.

A volte il Dio nella Bibbia viene descritto come il «supremo sorvegliante» a partire da espressioni come queste che troviamo nei salmi: «Tu mi conosci... tu conosci a fondo tutte le mie vie». Esse parlano della sollecitudine discreta di Dio che custodisce la nostra esistenza, non della smania di controllo di un carceriere su un proprio sottoposto.

Quando Gesù insegnò ai discepoli la preghiera disse loro di entrare nella propria stanza, chiudere la porta, per coltivare nel segreto, la loro intimità con Dio. È proprio in questo spazio sacro, non accessibile a nessuno, che abbiamo l’opportunità di ritrovare Dio e noi stessi. Coltivare la nostra intimità, proteggerla, e rispettare quella degli altri, può essere un buon punto di partenza per una società più libera, nel pensiero e nell’agire.

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